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DIAMANTI: VENDITE PIRAMIDALI E PROFITTI DELLE BANCHE

DIAMANTI: VENDITE PIRAMIDALI E PROFITTI DELLE BANCHE

Il quotidiano il sole 24 ore, dopo avere fatto per anni da spalla “inconsapevole”  alle banche e alle compagnie, pubblicando le famose "quotazioni"  dei diamanti, a prezzi  tripli rispetto al valore effettivo, negli ultimi tempi ha esplorato la questione con maggiore approfondimento in diversi articoli, soprattutto nell’inserto Plus24  a firma di Nicola Borzi, che hanno sottolineato la pericolosità di quel sistema di vendite fondato sostanzialmente su una struttura piramidale, i cui vantaggi per le banche venivano dalle altissime commissioni, tutto a danno dei risparmiatori inconsapevoli.

(Tratto da plus 24 del 4 novembre) L’amara lezione della bolla dei diamanti
Cos’hanno in comune lo “schema” inventato da Charles Ponzi e quelli poi riproposti, con varie modifiche, da Giovanni Battista Giuffrè, Giorgio Mendella, Bernard Madoff, Adel Dridi? Alcuni fattori chiave: le promesse di guadagni da operazioni finanziarie documentate in modo poco chiaro, rivolte a investitori scarsamente competenti e legate a una singola offerta. Soprattutto, la circostanza (sconosciuta ai sottoscrittori della proposta) che il rendimento dell’operazione, ottenuto al momento del disinvestimento, sarà pagato da altre vittime, subentrate nel frattempo.
Quand’è che questi “schemi” esplodono, rivelando la loro vera natura? Quando viene a mancare la liquidabilità dell’investimento, perché cessa il flusso di nuovi aderenti che rende impossibile saldare le domande di disinvestimento. Questo avviene quando le richieste di rimborso, i flussi in uscita, superano in modo imponente e irrimediabile i nuovi ingressi, i flussi in entrata. Le cause possono essere diverse: l’originario “schema Ponzi” fu messo a nudo da una serie di articoli del Boston Post, mentre il crack della società di investimenti di Madoff fu innescato dal tonfo dei mercati finanziari seguito al fallimento della Lehman Brothers. In tutti i casi è la stessa natura “piramidale” dello schema, propria delle organizzazioni di marketing multilivello, che ne assicura il successo iniziale ma ne decreta presto o tardi l’inevitabile tracollo. 

C’è un passaggio identico che ricorre in entrambe le relazioni con cui il 30 ottobre l’Antitrust ha sanzionato come «gravemente ingannevoli e omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento» con le quali Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment, i due principali broker nazionali di pietre preziose, negli anni hanno collocato le gemme a oltre 100mila risparmiatori per oltre 2 miliardi «anche attraverso le banche con le quali operavano: UniCredit e Banco Bpm (per Idb), Intesa Sanpaolo e Banca Mps (per Dpi)». Eccolo: «La liquidabilità certa e redditizia dell’investimento in diamanti attraverso il ricollocamento alle quotazioni indicate è possibile solo in presenza di una domanda di acquisto per le pietre vendute stabilmente superiore alle richieste di vendita ai prezzi pubblicati - circostanza che nulla ha a che vedere con l’andamento della domanda e dell’offerta mondiali. Tale condizione può verificarsi solo a condizione che un numero sempre crescente di consumatori sia indotto, sulla base delle informazioni fuorvianti e non trasparenti fornite al momento della proposta, all’acquisto dei diamanti offerti a un prezzo ampiamente divergente dal valore di riferimento al dettaglio».
L’Antitrust ha deciso sanzioni severe: 9,35 milioni quelle al canale Idb (2 milioni al 
broker, 4 a UniCredit e 3,35 a Banco Bpm) e 6 milioni quelle al canale Dpi (un milione al broker, 3 a Banca Intesa, 2 a Mps). La magistratura intanto indaga per truffa e sicuramente acquisirà le relazioni dell’Autorità. Sin dal 22 novembre 2014, quando le offerte di Idb e Dpi andavano a gonfie vele, questo settimanale per primo in Italia ha messo in guardia i risparmiatori: oggi in migliaia non riescono a rivendere le pietre ai prezzi di Idb e Dpi perché quei valori “autoprodotti” sono fuori mercato. Al comparto dei diamanti, lo ribadiamo, serve una legge che tuteli i risparmiatori, come avvenuto per l’oro.

(Tratto da plus24 del 11 novembre )  Tutti i rischi nascosti dei diamanti in banca
Mps assegnava budget sulle pietre alle filiali Intanto Banca d’Italia ha chiesto dati precisi sulle procedure interne
C’è più di un rischio che è stato sottaciuto ai risparmiatori nel collocamento dei diamanti attraverso le banche: le pietre erano presentate come “investimento sicuro” ma si sono dimostrate invece un azzardo, costruito su informazioni «gravemente ingannevoli e omissive» (parole dell’Antitrust). Sono decine gli istituti coinvolti, con gemme piazzate a oltre 120mila clienti per un valore che supera i due miliardi. Il 30 ottobre l’Autorità ha sanzionato Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment, i due primi broker nazionali: 9,35 milioni le sanzioni al canale Idb (2 milioni al broker, 4 a UniCredit e 3,35 a Banco Bpm) e 6 milioni quelle al canale Dpi (un milione al broker, 3 a Banca Intesa, 2 a Mps).
Intanto da alcune delle banche sanzionate (le maggiori, ma non le uniche attive) cominciano a filtrare informazioni sulle pratiche commerciali. Documenti che testimoniano come il ruolo degli istituti non si limitasse a “tramitare gli ordini”, cioè a mettere in contatto i risparmiatori autonomamente interessati alle pietre e i broker, ma che anzi i diamanti, proprio per le alte commissioni che garantivano alle banche (sino al 20% del prezzo al cliente), erano inseriti nel budget delle filiali, in particolare di quelle più in difficoltà con il conto economico.
Fonti interne a Mps testimoniano che tutte le filiali della rete avevano assegnato un budget sui diamanti. Plus24 ha ricevuto un’email, datata 2 aprile 2015, con la quale il Direttore territoriale mercato della zona Alta Padovana di Banca AntonVeneta (gruppo Mps) assegnava un budget mensile ai due settori delle 21 filiali di competenza per piazzare diamanti per 2,5 milioni. Ecco alcuni passaggi: «Visti i risultati di conto economico... è necessario attivare su tutte le filiali con gap commissionale... il grande acceleratore rappresentato dalla proposta diamanti nella misura di almeno 1/mln su settore A e 1,5/mln su settore B, con trattative da avviare e concludere entro il mese se vogliamo vedere riconosciute le provvigioni su c/e (conto economico, ndr) di giugno». Il gap commissionale di cui si parla è relativo alla raccolta indiretta lorda (Ril), voce principale del budget mensile di filiali e centri private che si alimenta considerando solo le nuove sottoscrizioni lorde (non depurate dei rimborsi).
Anche la Vigilanza della Banca d’Italia è scesa in campo con la circolare «Segnalazione presso gli sportelli bancari di attività di vendita di diamanti da parte di società terze», inviata nell’aprile scorso a tutte le banche. Via Nazionale scriveva che «l’acquisto delle pietre preziose sarebbe rappresentato dalle banche — e percepito dai clienti — come alternativo all’investimento in prodotti finanziari e avverrebbe in assenza di una chiara rappresentazione della rischiosità dell’operazione e dei relativi costi. Talvolta poi la vendita dei diamanti sarebbe praticata a un prezzo, definito dalle stesse società terze specializzate, di gran lunga superiore a quello di “mercato” che include le commissioni per l’attività di “segnalazione” svolta dalla banca, di cui il cliente non è a conoscenza. In alcuni casi risulta che determinate attività connesse con la contrattualizzazione avverrebbero nei locali della banca con l’intervento di un rappresentante della società terza e alla presenza di dipendenti della banca». 
Via Nazionale ricordava che «la segnalazione della possibilità di acquistare diamanti non costituisce di per sé un’attività finanziaria», ma anche che «comporta comunque per le banche l’esposizione a rischi di natura legale e reputazionale, anche per effetto dell’affidamento riposto dai clienti sulla specifica professionalità delle banche, sia nella selezione che nella proposta delle operazioni». «Secondo quanto previsto dalle disposizioni di vigilanza per le banche, l’ingresso in una nuova area di business deve almeno assicurare che vengano pienamente valutati i rischi che ne derivano, la coerenza con la propensione al rischio e l’idoneità dei presidi di gestione e controllo approntati». Perciò Banca d’Italia chiedeva alle banche di fornirle «puntuali riferimenti di merito» sulle valutazioni aziendali «a supporto della decisione di fornire il servizio» dei diamanti, sul «contenuto degli accordi» con i broker, sui «volumi operativi, in termini di controvalore e numero dei clienti, realizzati nell’ultimo anno, i criteri di selezione della clientela e gli eventuali effetti sulle politiche di remunerazione del personale», ma soprattutto «sui presidi organizzativi e di controllo, ivi compresi quelli antiriciclaggio, adottati per il contenimento dei rischi legali e reputazionali che potrebbero derivare alla banca». Le risposte andavano fornite entro 60 giorni dal ricevimento della circolare.

 

(Tratto da plus24 del 11 novembre ) Quel concorso interno di Mps sulle gemme
Nel Monte dei Paschi di Siena sul collocamento dei diamanti ai clienti si facevano anche “concorsi a premi” (contest) aperti, però, solamente ad alcuni dipendenti. Lo testimonia un comunicato datato 12 ottobre 2016 intitolato “Un diamante è per sempre, ma non per tutti”, cinque giorni prima della prima puntata di Report (la trasmissione d’inchiesta di Rai3) sul settore, firmato dalla Rsa della Uilca di Genova e Liguria di Mps. Il volantino affermava che «in questi giorni l’incaricato Dpi gira le filiali per andare a portare il “verbo” del come si vende. I bancari di questo istituto lo sanno benissimo come si vende e in maniera appropriata e per il bene della banca».
Il comunicato proseguiva: «Il contest, vedi circolare aziendale pubblicata il 14 luglio 2016 con validità sino al 31 dicembre 2016, con le solite modalità di promozione, prevede i seguenti riconoscimenti ai colleghi che proporranno diamanti alla clientela: A - almeno 5 segnalazioni: premio un paio di orecchini da 0,2 carati del valore di mercato di circa 250 euro; B - almeno 10 segnalazioni_ premio smartphone del valore di mercato di circa 800 euro; C - almeno 15 segnalazioni: premio solitario con diamante del valore di mercato di circa 900 euro». La Uilca delle rappresentanze sindacali territoriali liguri segnalava che il contest era rivolto solo ai dipendenti del settore private e non a tutti i bancari e chiedeva: «È una scelta della banca per evitare che ancora altri colleghi del private si dimettano portando via i clienti? Se questi sono i premi dati ai gestori private c’è qualcuno che prende premi ancora più alti?».
Ma le domande più rilevanti, pubblicate lo scorso anno dalla Uilca territoriale del Monte dei Paschi, sono queste: «Che scopo ha continuare a perdere raccolta, visto che gran parte di questi investimenti non provengono da denaro fresco? Quanto è insana e di corto respiro per la banca la rincorsa alla commissione immediata che comporta una perdita di raccolta? Quanta raccolta è stata persa in questi due anni in cui offriamo questo servizio?». Per il collocamento di diamanti allo sportello l’Antitrust ha sanzionato come «gravemente ingannevoli e omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento» e ha comminato a Mps una sanzione di 2 milioni: di certo non è una gran somma rispetto alle commissioni incassate, ma qual è la dimensione del danno reputazionale?


(Tratto da plus24 del 25 novembre ) Diamanti, richieste tutele a Banco Bpm
Dopo le sanzioni dell’Antitrust, i sindacati del gruppo Banco Bpm chiedono tutele per i dipendenti coinvolti nella vendita di diamanti ai clienti. Sono decine le banche coinvolte nel collocamento di diamanti agli sportelli, con gemme piazzate a oltre 120mila clienti per oltre due miliardi: un tema sollevato da Plus24 per primo sin dal 22 novembre 2014. Il 30 ottobre l’Antitrust ha sanzionato Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment, i due primi broker nazionali: 9,35 milioni le sanzioni al canale Idb (2 milioni al broker, 4 a UniCredit e 3,35 a Banco Bpm) e 6 milioni al canale Dpi (un milione al broker, 3 a Banca Intesa, 2 a Mps). In una nota del 21 novembre, Fabi, First/Cisl, Fisac/Cgil, Uilca e Unisin di Banco Bpm ricordano che le «pesantissime sanzioni economiche» all’istituto hanno creato «un danno reputazionale pesantissimo. Da settimane ogni giorno ai nostri sportelli si presentano clienti giustamente indignati, ai quali i bancari devono rispondere, in prima persona, di scelte aziendali». 
La nota ricorda «quante volte i sindacati hanno stigmatizzato il comportamento aziendale passato da una posizione iniziale di divieto alla sollecitazione alla vendita (circolare 2010P03 e successiva 2011P176), a pubblicare poi brochure a supporto del collocamento; quante volte il sindacato, nelle riunioni della Commissione politiche commerciali, ha contestato all’azienda di avere addirittura sollecitato i gestori a una iniziativa commerciale». A fronte delle «pressioni continue» della banca, i sindacati avevano raccomandato ai bancari «di usare modalità di vendita non omissive e ingannevoli». Il 21 novembre hanno inviato una lettera all’azienda per chiedere «l’istituzione immediata di un presidio dedicato, che possa dare ai bancari istruzioni chiare e spendibili con i clienti, di fronte alle continue aggressioni verbali subite a garanzia anche della reputazione personale». Le sigle chiedono «che l’azienda lasci indenni i lavoratori da contestazioni disciplinari e da ripercussioni di qualsiasi tipo per eventuali, quanto inevitabili, perdite di clienti». 

Tratto da Plus24 del 2 dicembre (Diamanti, la via di fuga per i clienti)
Gli oltre 120mila italiani che hanno comprato in banca diamanti per oltre 2 miliardi, collocati dai broker Idb e Dpi, sanno delle pesanti sanzioni comminate dell’Antitrust per le pratiche commerciali «gravemente ingannevoli e omissive». Ma come recuperare l’investimento? L’Arbitro per le controversie finanziarie si chiama fuori: come segnala l’associazione Aduc, con la pronuncia 86134/17 del 5 luglio scorso l’Acf della Consob ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cliente che aveva acquistato diamanti da Aletti Gestielle Sgr perché «non risulta applicabile la disciplina sui servizi di investimento, pur essendo l’operazione avvenuta per il tramite del canale bancario. Di conseguenza, il ricorso non rientra nell’ambito dell’operatività dell’Acf».
Che fare, dunque? Secondo Letizia Vescovini, avvocato del foro di Modena, «secondo il Codice del Consumo, per “pratica commerciale” si intende qualsiasi azione, omissione, condotta, dichiarazione o comunicazione commerciale, compresa la pubblicità diffusa con ogni mezzo (incluso il direct marketing via posta, telefono e offerte porta a porta, e il marketing), che un professionista realizza per promuovere, vendere o fornire beni o servizi ai consumatori. Le pratiche commerciali ingannevoli sono quelle che inducono in errore il consumatore medio, falsandone il processo decisionale su prezzo, disponibilità sul mercato del prodotto, sue caratteristiche e rischi connessi». «L’Antitrust ha individuato una responsabilità concorrente delle banche che fungevano da canale per la vendita. La violazione del divieto di pratiche commerciali scorrette può portare a provvedimenti inibitori, ripristinatori e sanzionatori che però in concreto non consentono all’investitore di recuperare la somma investita. Ai clienti è consigliabile di agire in giudizio e non solo nei confronti di Idb e Dpi, per far dichiarare l’invalidità del contratto stipulato e/o il risarcimento del danno», conclude Vescovini.


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06-12-2017

Pubblicato da: EuroConsumatori Firenze - Ufficio Legale






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